Afilorefe #36: Attesa col punto di domanda
Nella notte più lunga dell'anno, in cerca di connessioni, coincidenze, sincronicità e domande senza risposta
Nella mia veste di psichiatra e di psicoterapeuta sono venuto spesso a contatto con i fenomeni in questione e ho potuto in particolare accertarmi della loro importanza ai fini dell’esperienza interiore dell’uomo. Si tratta perlopiù di cose delle quali non si parla a voce alta per non esporsi al rischio di un’irrisione sconsiderata. Non ho mai smesso di stupirmi nel vedere quante persone hanno fatto esperienze di questo genere, e con quanta cura si è custodito ciò che è inspiegabile. La mia partecipazione a questo problema ha quindi radici non solo scientifiche, ma anche umane.
Carl Gustav Jung, La sincronicità
Ciao, sono Sara, oggi c’è la luna nuova crescente, e questa è afilorefe.
Immersa nell’oscurità della notte più lunga dell’anno, scrivo una puntata un poco confusa e molto personale per dire che sono ancora qui.
In questa puntata:
Attesa: prendersi una pausa
Sincronicità: soffermarsi
Domande che nascono con un figlio
Lasciare traccia: piccolo laboratorio di autonarrazione
1. Attesa: prendersi una pausa
Questa newsletter torna dopo qualche mese di inerzia. Non è certo la prima pausa che mi prendo da questo spazio, né dall’atto dello scrivere, più in generale. La prima volta, avevo appena deciso di voler insegnare; la seconda volta, era un periodo intenso tra lavoro, master e corsi di formazione. E questa volta? Questa volta aspetto un bambino. O forse più che aspettarlo, lo attendo1. Sto costruendo attivamente una mia forma di attesa in questi mesi, che mi ha chiesto silenzio e non parole.

Più di tutto, sto imparando a prendermi cura del mio riposo (tra alti e bassi, s’intende).
Qualche giorno fa ho pensato che mi sarebbe piaciuto ricominciare a scrivere afilorefe prima della nascita (chissà che forma prenderà, dopo!). Ma sentivo anche che forse era passato troppo tempo, che mi ero assentata troppo a lungo. Poco dopo mi sono imbattuta in una puntata di Simone Pazzano (grazie!), che s’intitola “Il lessico del riposo”. Cito da lì:
C’è un abisso tra “mi concedo una pausa” e “oggi sono stato improduttiv*”. Nel primo caso c’è una scelta, nel secondo c’è quasi un’accusa. “Oggi rallento” racconta un tempo intenzionale, mentre “oggi non ho combinato niente” racconta un fallimento. Cambia l’umore, cambia la percezione di sé e cambia anche il rientro: se ti senti in colpa rientri di corsa, se ti riconosci il diritto al riposo rientri con qualcosa in più.
[…]
Provare a sostituire “sto perdendo tempo” con “sto prendendo fiato” oppure “sto scappando dalle cose importanti” con “sto creando lo spazio per tornarci meglio”.
Felice di questa coincidenza motivazionale, ho aperto la cartella bozze.
2. Sincronicità: soffermarsi
Mi è subito caduto l’occhio sulla parola Sincronicità. In questa raccolta di appunti avevo scritto:
«Il 23 settembre stavo ascoltando un podcast, in cui si parlava del romanzo Nella quiete del tempo di Olga Tokarczuk, dove c'è un personaggio, Ruta, che ama i funghi più di ogni altra cosa al mondo.
Proprio in quell’istante, ho ricevuto la prima puntata di Fungotropìa: la newsletter di Camilla Mazzanti che parla di funghi e connessioni micellari (con le placide illustrazioni di Alice Fadda).
Poco dopo, in giardino, ho notato con sorpresa un piccolo fungo che stava crescendo su una sedia fatta di legno. L’avrei notato in ogni caso?
Le cose che ascoltiamo, leggiamo, facciamo, mettono in moto altre cose (fuori così come dentro di noi). Ci troviamo all’interno di una intricatissima rete di relazioni a cui talvolta cerchiamo di dare un senso.».
Per alcune di queste concatenazioni, Jung ha parlato di sincronicità: un fenomeno che si fonda su “nessi acausali”, per cui leggiamo – attraverso processi inconsci – connessioni significative laddove due o più eventi avvengono in realtà semplicemente in contemporanea.
Un esempio? Prendo in prestito le parole di Marie-Louise von Franz:
Se compro un vestito blu, e, per errore, il negoziante me ne manda a casa uno nero proprio il giorno che muore un mio caro parente, ecco che siamo in presenza di una coincidenza significativa. I due eventi non sono causalmente collegati ma sono connessi dal significato simbolico che la nostra società attribuisce al colore nero2.
Trovare e creare connessioni richiede la capacità di soffermarsi, di prendersi una pausa: non c’è musica senza silenzi; non c’è poesia se non lasciamo spazio all’andare a capo, al vuoto del foglio bianco.
3. Domande che nascono con un figlio
L’arrivo di un figlio è un fatto psichico, sociale, culturale. Siamo d’accordo?
E allora: cosa rappresenta la sua presenza nella ri-costruzione di sé e di una famiglia? La mia pancia è ancora mia oppure è diventata di pubblico dominio? Come faccio a esercitare il mio diritto a un parto senza violenza? Quanto influiscono stereotipi e aspettative sociali sul mio modo di vivere la genitorialità? Quale spazio avrà la mia esperienza personale in relazione a quella collettiva? Come si crea senso di comunità attorno alla nuova dimensione intima che sta nascendo?
Queste sono alcune delle domande con cui mi trovo a fare i conti più o meno ogni giorno. Al momento sono tutte in una certa misura senza risposta. Mi spingono a: 1. informarmi, 2. entrare più pienamente in contatto con la mia sfera emotiva, 3. cercare nuove chiavi di lettura di me, del mondo e di me nel mondo.
Io penso che l’attesa e l’arrivo di un figlio possano essere esperienze che ci portano (anche) a riorganizzare il senso delle cose già note.
Forse ultimamente sono più attenta a tutte le coincidenze e le sincronicità che colgo attorno a me perché è uno dei modi che ho trovato di abitare l’imprevedibilità e il senso di sospensione (alternato a una sensazione di massima presenza) di questo periodo: mi fermo a osservare con grande curiosità le connessioni per orientarmi nel caos e per non avere troppo timore dei punti di domanda.
4. Lasciare traccia: piccolo laboratorio di autonarrazione
Rileggi la mia lista di “domande che nascono con un figlio” e aggiungine una che ti frulla spesso in testa quando si parla di genitorialità
Consigliami qualcosa da leggere, ascoltare o guardare a tema sincronicità e/o maternità
Ciao e a tra un po’ (a presto?),
Sara
Aspettare viene da “aspicere”: guardare. Attendere, invece, implica uno stato di tensione verso qualcosa che sta arrivando.
Marie-Louise von Franz (psicoanalista svizzera), Il processo di individuazione.




Sara, che bello tornare a leggerti. Per me, afilorefe rimane una di quelle cose che mi fa sentire il grande piacere dell'attesa. Alla prossima volta, quando sarà 💛.
Indipendentemente dal vero significato…
”aspetto” qualcuno che è in ritardo🤔
“attendo” qualcosa di piacevole 🥰